Le prime tracce di una rappresentazione grafica del territorio libico risalgono agli schizzi degli itinerari realizzati da infaticabili esploratori europei. Tedeschi, francesi, inglesi e italiani che, nel corso dell’Ottocento, si avventurarono nella regione con un obiettivo ben più lontano: raggiungere l’Africa interna, senza curarsi troppo di esaminare e studiare il paese percorso. A ben vedere, furono proprio costoro a rivelare al mondo le caratteristiche essenziali del territorio nord africano, dalla costa mediterranea alle aree subsahariane. Tali notizie, seppur spesso fantasiose e approssimative, costituirono le basi per i lavori cartografici successivi. Una delle prime testimonianze visive del Paese sono i disegni di Giuseppe Haimann, partito nel febbraio 1881 verso l’altopiano cirenaico. Il percorso da Bengasi a Derna fu descritto dallo stesso Haimann in una relazione considerata tra i migliori lavori sulla Cirenaica, poi edita in un volume arricchito da schizzi e acquerelli dell’autore: le prime immagini di un Paese che, di lì a poco avrebbe cambiato volto. Con la guerra italo-turca (1911-1912) e la successiva occupazione italiana, le carte geografiche diventano uno strumento operativo di primaria importanza. L’Italia si trovò tuttavia di fronte all’inadeguatezza della cartografia esistente. Dette perciò immediato impulso ad un lavoro di rilievi, itinerari e spedizioni su un territorio non del tutto pacificato e, soprattutto, ancora poco noto. In questo primo periodo, risultò piuttosto difficile compilare carte dettagliate mancando le posizioni astronomiche sufficienti ed essendo molti i territori interamente da documentare. Per questo le prime carte sono di tipo dimostrativo, ovvero a grande denominatore di scala e non rilevate, compilate cioè a tavolino sulla base dei risultati delle esplorazioni pionieristiche e di materiale di provenienza tedesca e inglese. L’occupazione del territorio si attuò in due fasi distinte, lungo l’arco di quasi vent’anni, durante il quale la produzione cartografica venne guidata di volta in volta da differenti necessità di ordine politico-militare. Il risultato di una discontinuità della copertura geografica, con regioni ben documentate - come quelle litoranee tripolitane e cirenaiche ritenute interessanti per la prospettiva coloniale - ed altre scarsamente o per nulla rilevate. Per di più, molte furono le istituzioni, pubbliche e private, che si occuparono di cartografia. Gli enti ufficiali furono l’Istituto Geografico Militare e l’Istituto della Marina, affiancati al Ministero delle Colonie. Ad essi si unirono enti privati e pubblici (De Agostini, Istituto Italiano d’Arti Grafiche di Bergamo, Touring Club e molti altri), dando vita ad una produzione quanto mai multiforme, con diversi gradi di precisione geometrica e diversa destinazione d’uso. Quella dell’IGM, in particolare, fu un’opera di lavori di determinazioni astronomiche, triangolazioni, rilievi topografici e di creazione di norme per la trascrizione italiana della grafia araba. Il tutto ben documentato nelle riviste di settore, che dimostrano i progressi nell’escogitare nuovi sistemi di resa grafica, nell’adozione di procedure di misurazione e di rilievo sempre più precise. Come nel caso dell’impiego della fotogrammetria e della radio per le determinazioni astronomiche.» Per approfondimenti: Calloud, Cartografia e immagini della Libia coloniale. Dai primi esploratori alla costruzione dell’immaginario d’oltremare, Firenze, Phasar Edizioni, 2015, pp. 17-19